CITTA’ – RIETI

300px-Rieti45.jpgRieti è una città italiana di 47.745 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia ancor’oggi chiamata Sabina la quale conta 73 comuni[1]. È tradizionalmente ritenuta il centro geografico d’Italia e si estende lungo una fertile pianura alle pendici del Monte Terminillo. E’ caratterizzata da estati calde ed inverni con temperature notturne spesso inferiori allo zero. La bellezza del paesaggio e la quiete dei luoghi, ne fanno un posto assai vivibile e meta privilegiata di molti turisti provenienti soprattutto dalla vicina Roma.

L’antica Reate, che la tradizione vuole essere stata fondata dalla Dea Rea Silvia (da cui forse il nome della città) era l’antico capoluogo della storica regione Sabina. E’ ritenuta tradizionalmente come il Centro d’Italia (Umbilicus Italiae) ed, infatti, nell’attuale Piazza San Rufo, nel cuore del nucleo storico, è collocato un monumento volto ad indicare il centro della penisola.
Essa, sorta prima della fondazione di
Roma ed in particolare intorno al IX-VIII sec. a.C., venne conquistata nel 290 a.c. dal console Marco Curio Dentato rimanendo prefettura fino al 27 a.C. e divenendo poi Tribù Quirina. Fu questo il periodo della grande opera del console romano il quale, bonificando l’antico lacus velinus, fece confluire le acque nel vicino fiume Nera, dando vita alla famosa cascata delle Marmore. 

Numerosissime furono le antiche famiglie sabine che diedero lustro alla città di Roma e ne seguirono le sorti. Da ricordare l’ascesa della Gens Flavia, il cui esponente più noto, l’Imperatore Tito Flavio Vespasiano, ebbe i meriti di iniziare la costruzione del più noto monumento romano: il Colosseo. Quest’ultimo, conosciuto anche con il nome di Anfiteatro Flavio, vide l’inizio dei lavori intorno al 72 d.C. e fu completato sotto l’Impero di Tito, figlio di Vespasiano, nell’80 d.C. Degno di essere ricordato è, altresi, il grandissimo scrittore Marco Terenzio Varrone, nato a Rieti nel 116 a.C. e sovente ricordato con l’appellativo de “Il Reatino” e “padre della romana erudizione”.
Intorno al secolo VI, Rieti vide l’arrivo dei
Longobardi i quali, barbari e pagani, ebbero ben presto a convertirsi al cristianesimo per mezzo dell’opera dei monaci benedettini della vicina Abbazia di Farfa. Dopo il saccheggio dei saraceni avvenuto durante il X secolo, la città fu gradualmente ricostruita e la figura del Vescovo assunse un’importanza fondamentale con la ricostruzione della cattedrale nel 1109. Il secolo successivo fu un periodo di splendore per la città di Rieti. Il suo rinnovo urbano coincise, del resto, con la presenza nei santuari circostanti il territorio, di S. Francesco d’Assisi che con la città ebbe un rapporto privilegiato. A tal proposito, basti menzionare l’anno 1223 che passò alla storia per la creazione, nel santuario di Greccio, del primo presepe vivente che, ancor’oggi, è simbolo mondiale della cristianità. Nel 1289, Carlo II d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, venne incoronato Re di Puglia, Sicilia e di Gerusalemme da Papa Nicolò I, presso la Cattedrale della città. Il 1500 si caratterizzò per l’emergere di grandi proprietari terrieri che, usufruendo della fertile pianura reatina, diedero vita spesso ad aziende agrarie. Storicamente la piana reatina fu nota, nel XVIII secolo, per la quantità di Guado presente nel territorio lacustre, che servì a tingere di blu le divise delle truppe napoleoniche. Annessa al dipartimento del Tronto durante il Regno Italico, divenne ben presto centro della delegazione omonima della Sabina. Il 7 marzo 1821, Rieti fu teatro della sconfitta delle truppe di Guglielmo Pepe per opera degli austriaci guidati dal generale J.M. Von Frimont.
L’Unità d’Italia ne vide l’annessione all’
Umbria per poi diventare parte della provincia di Roma nel 1923.
Assurse a capoluogo della provincia di Rieti nel
1927, quando fu appunto creata la stessa per atto diretto di Benito Mussolini.

Lo stemma

Lo stemma della città è suddiviso in due parti ed è quindi uno stemma troncato. Nella parte superiore a sfondo rosso ruggine, si può vedere una figura femminile identificata con Rea Silvia, da cui deriverebbe anche il nome della città, che offre uno stendardo a un cavaliere a sua volta identificato nella figura di Manio Curio Dentato, entrambi sono realizzati con un colore dorato (a volte si possono trovare d’argento). La metà inferire a sfondo celeste riporta tre pesci ed una rete. Il significato della metà superiore rimanderebbe all’opera romana di bonifica, eseguita per mano proprio di Manio Curio Dentato, quindi la scena simboleggerebbe il ringraziamento della popolazione del capoluogo sabino nei confronti di colui che liberò l’odierno territorio della piana reatina dalle acque paludose del lago. Pompeo Angelotti vedrebbe invece nella figura femminile la dea Rea nell’atto di porgere il comando della città al marito Saturno (Crono), ed effettivamente Rieti prende come sua fondatrice proprio Rea. La metà inferiore ha un significato meno chiaro. É raffigurata una rete che copre l’intera porzione dello stemma, sotto di essa nella parte alta sono piazzati due pesci e un terzo è posizionato più in basso, a formare quindi con gli altri due un triangolo rivolto a terra, ma a differenza dei precedenti, questo si colloca sopra la rete ed è visibilmente più grosso. La spiegazione vedrebbe la rete come un simbolo della legge e i due peci da essa racchiusa come i cittadini che a essa devono sottostare. Il pesce più grande sarebbe un Magistrato a cui spetta il compito di farla rispettare. Lo scudo attuale è sovrastato da una corona d’oro e ornato in basso da una di foglie e da un nastro che recita: IN PRATIS LATE REA CONDIDIT IPSA REATE[3]. Originariamente comunque lo stemma della città era costituito interamente da una semplice rete e non erano presenti ne i pesci ne la scena della parte superiore.

Arte e turismo

Rieti si presenta al turista come un luogo di grande attrattiva turistica. Notevole è l’importanza del fattore religioso che può contare sulla presenza dei quattro santuari Francescani di Greccio, Fonte Colombo, Poggio Bustone e La Foresta. Molti pellegrini giungono, infatti, nella “Valle Santa” per ripercorrere, con il cosiddetto Cammino di San Francesco, le gesta ed i momenti della vita del Poverello d’Assisi.
Il Monte Terminillo risulta poi una destinazione molto frequentata durante la stagione invernale (e non solo). Migliaia di persone, usufruendo dei numerosi alberghi ivi presenti, sfruttano la stagione sciistica per apprezzare le bellezze di questa montagna. Tuttavia l’impiantistica è in sostanza la stessa da 30 anni. Rimanendo in città, è molto caratteristico il centro storico protetto da una cinta muraria di origine medievale ancora per la maggior parte intatta e ben conservata. Via Roma divide la città nei rioni medievali di S.Francesco, San Rufo, della Verdura e Santa Lucia. Da segnalare la chiesa romanica duecentesca di S.Pietro Apostolo e il Palazzo Vecchiarelli, eretto da Carlo Maderno nel XVII secolo. Nella vicina piazza Cesare Battisti si trova il Palazzo della Prefettura, già Vicentini, con annessa la elegante Loggia detta “del Vignola” risalente al secolo XVI. Imponente la Cattedrale di Santa Maria del XII sec. e la torre campanaria risalente al 1252. Il Palazzo Vescovile (1283-1288) si erge, invece, nella contigua piazza M. Vittori. Risaltano in esso le bellissime volte gotiche a due navate che conducono nel suggestivo arco di Bonifacio VIII Caetani. All’interno della cattedrale è presente, altresì, il Museo del Tesoro del Duomo ricco di affreschi medioevali, stupende oreficerie sacre dal secolo XIII al XIX, sontuosi paramenti sacri ricamati dal secoloXV al XIX. Di notevole interesse risultano essere, inoltre, le duecentesche chiese di San Francesco, Sant’Agostino e San Domenico dove si trova l’
organo di Dom Bedos considerato il più grande organo al mondo e la settecentesca chiesa di San Rufo antistante la piazza omonima dove è collocato il monumento indicante l’Umbilicus Italiae. Ed ancora, l’Oratorio di S. Pietro Martire, istoriato con affreschi raffiguranti il Giudizio Universale, eseguiti da Lorenzo e Bartolomeo Torresani (1552 – 1554), la Chiesina di S. Pietro Martire a via delle Molina (con superbo soffitto intagliato e dorato e tele di Ascani Vincenzo Manenli), la Chiesa di S. Antonio Abate, con facciata di Giacomo Vignola, la Chiesa di S. Scolastica, di Francesco Fontana, con tela di Andrea Sacchi, il neoclassico Palazzo Ricci, di Giovanni Stern. Vanto della città è, infine, il bellissimo Teatro Flavio Vespasiano dove annualmente si svolge un’intensa attività teatrale. Esso venne costruito verso la fine del 1800 e, a tutt’oggi, l’acustica del teatro viene considerata come la migliore d’Italia e una delle migliori al mondo.[4][5][6]

Agricoltura

Al margine di una fertile pianura denominata, appunto, “piana reatina”, la città fu teatro di una nuova varietà di frumento meglio nota con il termine “Rieti”. L’artefice fu Nazareno Strampelli che, trasferitosi a Rieti nell’anno 1903 per dirigire la cattedra sperimentale di granicoltura, fu un seguace delle leggi mendeliane. A questi il merito di aver successivamente selezionato ed incrociato tra loro vari generi di frumento dai quali ottenne numerose nuove tipologie che univano alla precocità, una particolare produttività delle stesse. Fu possibile pertanto l’anticipazione dei raccolti così da lasciare liberi i campi per altre coltivazioni e la resistenza di queste, permise l’ottenimento di un notevole rendimento.

 
La Processione dei Ceri e il Giugno Antoniano

Sebbene la santa patrona di Rieti sia Santa Barbara, la città è fortemente legata alla figura di San Antonio da Padova per la quale, da oltre seicento anni esiste una fortissima venerazione, che trova la sua manifestazione più eclatante nella Processione dei Ceri, più spesso indicata semplicemente come Processione di San Antonio, la quale si svolge ogni anno nel mese di giugno, un mese interamente dedicato, dai credenti, alla figura del santo tanto da essere indicato come Giugno Antoniano. É tuttavia un evento simbolo della città e quindi è considerato con affetto anche da chi non crede in quanto costituisce un momento di aggregazione storico. L’esposizione della statua del santo avviene sempre il 12 giugno presso la chiesa di san Francesco nel Rione Borgo e l’evento viene salutato dal suono delle campane di tutte le chiese della città, contemporaneamente all’esplosione di alcuni petardi in aria. Generalmente la seconda domenica dopo l’esposizione ha luogo la processione, la quale parte ovviamente dalla chiesa del vecchio Borgo. I momenti più “critici” dell’avvio sono due. Il primo è sicuramente la formazione della testa del lungo serpentone di persone che si snoderà per le vie del centro storico, i fedeli iniziano infatti a formare due file le quali si inseriranno lungo i bordi della strada che fiancheggia la piazzetta antistante la chiesa, costeggiando quindi i muri delle abitazioni. Il tutto deve avvenire senza causare interruzioni dei due cordoni ed evitando che uno sia più lungo dell’altro (accade spesso che tra la testa della processione e il Santo ci siano anche trenta minuti di distanza, anche se va detto che il corteo si ferma spessissimo per consentire ai portatori di sopportare l’enorme peso). Dopo che si è costituita la prima parte, all’interno della chiesa viene sollevata la statua del santo, una statua che con tutta la macchina lignea sulla quale è posta e con l’aggiunta del necessario all’illuminazione dei candelabri, supera la tonnellata di peso. I sedici portatori vestiti di un saio francescano nero, quattro per angolo, muovono l’insieme lungo l’unica navata della piccola chiesa fino all’uscita aiutati da altri due, uno davanti e una dietro, che hanno il compito di controllare che i due lati della macchina restino alla medesima altezza. Arrivati sulla soglia, si arrestano poggiando il tutto su quattro sostegni in legno fissati sotto la struttura, mostrando la statua che rappresenta il santo ai fedeli, i quali rispondono con un lungo applauso mentre altri petardi vengono lanciati in aria ad annunciare l’uscita all’intera città. É proprio ora che inizia il secondo momento critico, infatti per poter portare la statua a livello della strada, i 16 portatori devono scendere alcuni ripidi scalini con essa in spalla ed è necessario un grande equilibrio, oltre che una indubbia forza fisica, per poterlo fare senza far oscillare la macchina. A questo punto la figura del santo si inserisce nella processione, preceduta dalle varie cariche pubbliche e religiose, mentre dietro di essa si accodano altri fedeli, per prime donne vestite di nero alcune delle quali per devozione, per penitenza o per ringraziare il santo di qualche grazia ricevuta, percorreranno l’intero tragitto scalze. La processione deve il suo nome al fatto che la maggioranza dei fedeli portano con se un grosso cero che terranno acceso per tutto il cammino, regalando con il calar della sera un bel colpo d’occhio all’osservatore. La cerimonia dunque percorre le strade del cento storico mentre i fedeli cantano e pregano accompagnati dalle varie bande musicali inserite nella fila. Arrivati davanti la cattedrale di Santa Maria, il corteo si ferma nella piazza per permettere la celebrazione di una piccola messa, per poi riprendere il proprio cammino lungo le strade infiorate. Il tutto si conclude con il ritorno della macchina davanti la chiesa di San Francesco dalla quale era partita. Qui ha luogo l’ultimo saluto della folla al Santo mentre il vescovo della città benedice la statua e i presenti e rivolge a questi alcune parole. Il perché di tanta devozione si perde nei secoli ma sembra che le origini di questa manifestazione risalgano al 1232 quando Papa Gregorio IX annuncio di voler canonizzare Antonio da Padova proprio a Rieti perché la città già manifestava una grande devozione. Tuttavia per questioni politiche il pontefice fu costretto ad allontanarsi da Rieti e la cerimonia non ebbe luogo. La reazione della città fu una fiaccolata di protesta che con il tempo si trasformò nell’odierna processione dato l’affetto nei confronti del Santo. Nel corso del tempo la statua è stata adornata di gioielli in oro offerti dei fedeli come ringraziamento per “grazie” ricevute. La festa si conclude in realtà intorno alla mezzanotte con uno spettacolo pirotecnico organizzato dal comune e curato da una delle ditte presenti sul territorio.

La Festa del Sole e Il Palio della Tinozza

 

Nonostante sia una manifestazione relativamente recente (si svolge dal 1969), è particolarmente amata dalla città. In realtà anche questa non si esaurisce con un solo evento ma comprende una serie di eventi che culminano in una giornata di gare sul Fiume Velino. Inizialmente organizzata da un comitato cittadino, per poi essere accolta dal comune la manifestazione prevede manifestazioni culturali e anche una sfilata in costume. Le gare sul fiume comprendono: Un duello su una pertica, durante la quale due rappresentanti di due rioni si fronteggiano su una passerella a colpi di bastoni imbottiti alle estremità, allo scopo di far cadere l’avversario in acqua (in caso di caduta di entrambi, lo sconfitto è colui che, secondo i giudici, tocca per primo il fiume) Una corsa di biciclette munite di galleggianti e pale al posto delle ruote lungo il fiume (andata nella direzione di scorrimento del corso d’acqua, ritorno contro corrente) Una gara di barche fiumarole, dove due concorrenti per rione, ognuno munito di un remo in legno, spingono una piccola barchetta con i colori rionali, anch’essa in legno, lungo il corso del fiume remando prima in direzione della corrente poi in senso contrario. É considerata una delle prove più dure per via della corrente e della scomoda posizione da assumere (il rematore in testa alla barchetta poggia tutto il peso sulle ginocchia e anche le imbottiture di fortuna non servono a molto). Una gara di nuoto dove i partecipanti si bagnano in costume da bagno nelle gelide acque del fiume. Il Palio della Tinozza, che è certamente la gara più attesa, tant’è che chiude la manifestazione, in cui un concorrente per rione percorre un percorso di circa 800 metri seduto all’interno di una tinozza appunto (una sorta di “mezzo tino”) spingendosi con un solo remo in legno cercando di avere la meglio sugli avversari non che della corrente che certo non aiuta a mantenersi in equilibrio. La vittoria è del rione che nel corso delle varie prove totalizza il punteggio migliore. Il pubblico assiste alle gare dalle sponde del fiume e dai due ponti che lo attraversano in quella zona. Nella vigilia si svolge anche una maratona in costume per le vie del centro.

A questa manifestazione, si deve il gemellaggio fra Rieti e la città di Itō, in Giappone. Nel 1979 la Gazzetta dello Sport pubblicò un articolo riguardante il Festival Della Vasca di Legno, una manifestazione tenuta in una città del paese del sol levante, Itō appunto, in cui i partecipanti davano vita a una competizione acquatica con delle imbarcazioni di legno analoghe alle famigerate tinozze della festa Reatina. Questa analogia spinse il comitato reatino a mettersi in contatto con l’ambasciata nipponica a Roma e successivamente con la città di Itō direttamente. Si avviarono così gli incontri che permetteranno poi alle due città di giungere al gemellaggio, quando prima il consiglio comunale di Rieti, in data 27 marzo 1985 e poi il consiglio municipale di Itō, il giorno seguente, approvano all’unanimità e ufficialmente gemellaggio.

Postato da Il Re

 

CITTA’ – RIETIultima modifica: 2009-03-04T15:52:00+01:00da lucchese1905
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento