CITTA’ MONTEVARCHI

La mancanza di sufficiente documentazione scritta per la “primitiva” Montevarchi, specialmente quella dei Bourbon e quella dei Conti Guidi, impedisce una ricostruzione storica precisa e dettagliata della nascita e dello sviluppo di quella che poi diverrà la Montevarchi antica, antenata dell’ odierna. Questo vuoto documentario tuttavia è da imputare a vari fattori storico-sociali più che a una vera e propria non-produzione di documenti.

Infatti e’ vero che nell’ Alto Medioevo gran parte delle transazioni politiche ed economiche erano basate soprattutto sulla parola che non su atti scritti; in parte per un diffuso analfabetismo e in parte per la difficoltà pratica di reperire materiale scrittorio, in particolare cartaceo, in abbondanza e a un prezzo ragionevole. Pertanto solo i documenti della massima importanza venivano messi sistematicamente per iscritto, come i diplomi imperiali o le pergamene dei lasciti e delle donazioni, mentre per tutte quelle attività che si svolgevano senza contenzioso, come pagare il canone feudale o comprare e vendere cose o animali, si ricorreva ad accordi verbali che, non per questo, erano comunque meno vincolanti. Storiograficamente parlando quindi scripta manent, verba volant.

Questo però non vuol dire che anche allora non fosse sentita l’ esigenza, e che quindi non lo si facesse, di trascrivere e conservare quante più informazioni possibile perché solo attraverso un’ adeguata raccolta documentaria il signore, i suoi “ministri”, e i suoi ufficiali potevano amministrare propriamente sia la giustizia civile che quella penale nonché tutelare i loro stessi interessi. Certo il radicale cambio di amministrazione nel passaggio di consegne tra i Bourbon e i Guidi comportò sicuramente la perdita di parte delle fonti archivistiche della prima Montevarchi aggravata poi dal trasferimento dell’ intera comunità nel fondovalle che ne fece perdere altrettante. Rimangono dunque, di quel periodo, sparuti documenti che si sono conservati solo perché preservati negli archivi ecclesiatici di istituzioni collocate al di fuori di Montevarchi come l’ Abbazia di Badia a Coltibuono.

Inoltre quando nel 1273 i fiorentini presero definitivo possesso della città portarono a Firenze solo quelle carte che erano a loro funzionali, e che tutt’ ora rimangono, ma sono in realtà poche e tutte generiche in quanto “macropolitiche”. Sono cioè, per lo più, pubblici atti notarili che sono certamente utili per ricostruire il quadro politico generale della storia toscana e fiorentina ma di poco aiuto per scendere nel particolare di Montevarchi. Per fare un paragone più moderno sarebbe come se tra dieci secoli uno studioso tentasse di ricostruire i regolamenti municipali del Comune di Montevarchi dal 1948 al 1998 avendo a disposizione solo una serie di brani scollegati tra loro di verbali del consiglio comunale e una decina di ordinanze del sindaco surrogate a dei lacunosi frammenti di articoli de “La Nazione”: ne potrebbe magari cogliere alcuni aspetti ma sarebbe impossibile per lui stabilire a quanto esattamente ammontasse in un certo periodo una multa per divieto di sosta. Ammesso che ci fosse una multa e ammesso che ci fosse un divieto di sosta.

Vanno inoltre ricordate alcune successive devastazioni a cui Montevarchi fu sottoposta che inevitabilmente portarono alla distruzione di gran parte del patrimonio storico-archivistico della città lasciato in loco dagli ufficiali della repubblica fiorentina. Ma una simile successione di eventi catastrofici, piuttosto comune in quel periodo, per altre realtà urbane, anche toscane, simili a quella montevarchina non ha comportato la perdita totale di tutta la documentazione come invece è avvenuto a Montevarchi.

A questo punto bisogna però fare attenzione a non considerare Montevarchi, almeno in questo ambito, come una bizzarria storiografica perché non lo è. La verità è che nel XVI secolo, sotto la guida di Carlo Bartoli, vennero sistematicamente distrutti tutti i manoscritti, i libri, gli archivi notarili, i documenti pubblici e privati che rimanevano della Montevarchi dei primi secoli in modo da eliminare ogni traccia del passato della comunità allo scopo di far passare ed accettare ai Montevarchini la dittatura personale della famiglia Bartoli e dell’ oligarchia cittadina in genere che fondavano tutto il loro potere nelle manovre della Fraternita del Sacro Latte a sua volta legittimate dalla leggenda, scritta nella sua forma defintiva dal Bartoli in persona, del conte Guido Guerra V e della reliquia del Sacro Latte. D’ altra parte quando si vuol far passare una leggenda per storia bisogna per forza distruggere ogni prova che possa smentire la leggenda e che permetta una ricostruzione corretta dei fatti.

Se a questo si aggiunge che la Fraternita, rimasta al comando della città fino alla fine del ‘700, favoriva con laute ricompense la produzione di trattati propagandistici come quelli di Jacopo Sigoni mentre usava metodi apertamente violenti con coloro che invece tentavano di ricostruire la verità, è chiaro perché la prima storia montevarchina rimane ancora un fumoso mistero. Il caso di Prospero Gasparo Conti, proposto di San Lorenzo, è un esempio lapalissiano di questo tipo di approccio “politico”. Quando, nel 1790, dette alle stampe il suo lavoro sui fatti, e non sulle favole, relativi alla reliquia del Sacro Latte venne prima minacciato di morte poi la sua casa fu assaltata, incendiata e tutte le copie del libro bruciate. E non è tutto: Conti fu costretto a fuggire a Firenze e a trovare rifugio presso il duomo. Eppure, nonostante lo smantellamento leopoldino della Fraternita, le riforme napoleoniche e l’ unità d’ Italia l’ accurato manoscritto del Conti intitolato “Storia civile ed ecclesiastica della Terra di Montevarchi” non ha mai visto le stampe, se non la prima parte relativa a una storia generale dei Conti Guidi, ed è stato sempre, anche ai nostri giorni, mantenuto segreto all’ opinione pubblica sia da parte dei canonici della Collegiata di San Lorenzo, che lo conservano, sia da parte degli accademici dell’ Accademia Valdarnese del Poggio che invece avrebbero dovuto farne già da molto tempo un intenso oggetto di studio e di dibattito non solo accademico ma pubblico.

La tendenza a secretare momenti importanti della storia e della vita della città cominciò a smorzarsi nel XIX secolo ma certe abitudini erano evidentemente dure a morire se ancora nel 1897 si pubblicò una versione, chiaramente manipolata, delle “Memorie sulla esistenza e Culto della sacra reliquia che si venera nella Insigne Collegiata di Montevarchi” del Conti. Quello quindi che non avevano fatto Carlo Bartoli e la Fraternita lo hanno fatto la censura e l’ autocensura, la pigrizia e il pressapochismo intellettuale, le aspirazioni elitaristiche culturalmente deviate di singoli come di gruppi. In altre parole, anche in tempi piuttosto recenti, si è volutamente perso del tempo prezioso mancando di raccogliere, analizzare, inquadrare e diffondere pubblicamente tutti quegli elementi che avrebbero permesso di dare il via a un processo di ricostruzione attenta della Montevarchi delle origini, ma non solo, le cui vicende ormai, per molti aspetti, sono quasi impossibili da ripercorrere nella loro interezza. Si potrebbe comunque fare ancora chiarezza su molti punti rimasti oscuri attraverso il ricorso all’ archeologia e al lavoro bibliotecaristico di rastrellamento sistematico degli archivi antichi, per esempio quello diocesano di Fiesole e di Arezzo, e il confronto incrociato dei dati ma, fino ad adesso, sembrano mancare le idee, la volontà e le persone adatte per questo tipo di ricerche altrimenti sarebbero già stata pianificate o addirittura realizzate.

Come se non bastasse, le difficoltà di accesso alle fonti imposte dalle varie autorità montevarchine, come la recente chiusura “ufficiale” al pubblico e agli studiosi del “Fondo Toscano” come di tutta la Biblioteca dell’ Accademia Valdarnese, o comunque il loro non impegno a renderle di pubblico dominio quali sono, come la digitalizzazione e la pubblicazione dell’ archivio pre-unitario del Comune o quello di San Lorenzo o di Cennano o della stessa Accademia, rendono ancora più difficoltosa una ricerca già di per sè complessa.

Restano dunque, ad oggi, solo elementi circostanziali utili alla ricostruzione degli eventi che segnarono la Montevarchi feudale e pre-fiorentina. Elementi che però, pur basandosi in gran parte su modelli antropologici e storiografici generali piuttosto che su specifici percorsi documentari, non invalidano quelle fenomenologie storiche ancora tracciabili e che certamente, o tutto o in parte, visse anche Montevarchi tra l’ XI e il XIII secolo.

L’ idea di Elemperto

Quel che rimane del Monastero della Ginestra

Il piano di Castelvecchio dove un tempo sorgeva il castello di Leona

Moncioni in una foto del 1937

La storia di Montevarchi comincia con Elemperto, vescovo di Arezzo dal 986 al 1010, e con la sua decisione di trasformare il monastero benedettino di Sant’ Angelo alla Ginestra, presente nel territorio fin dal VII secolo, in ospedale ovvero, secondo la pratica ospitaliera medievale, in ostello per i viandanti e per i pellegrini che si spostavano da e verso Roma.

Il vescovo aretino non prese questa decisione in virtù della sua funzione pastorale per venire incontro alle esigenze dei penitenti. O almeno non solo per questo. Infatti Elemperto oltre che essere il pastore della sua diocesi era anche un feudatario dell’ Impero ovvero un vescovo-conte quindi, in quanto vescovo di Arezzo, era anche titolare della contea omonima che poi ricalcava esattamente i confini diocesani. Anzi tra le due, territorialmente parlando, non c’era nessuna differenza dato che Elemperto, su Arezzo, deteneva sia il potere spirituale che quello temporale. E Sant’ Angelo alla Ginestra, pur trovandosi a poche centinaia di metri dal confine settentrionale della sua diocesi-contea, rientrava comunque sotto la sua giurisdizione. Poi, passato il torrente Dogana che scorre praticamente sotto il monastero, si entrava nella diocesi di Fiesole ed era tutta un’ altra storia.

Elemperto inoltre, a titolo personale, era anche conte di Cesa in Val di Chiana e soprattutto apparteneva alla famiglia dei Bourbon del Monte Santa Maria che all’ epoca era la più importante famiglia della Toscana feudale. Tanto importante che suo fratello, Ranieri, nel 1014 venne investito del titolo e dei poteri di “Marchese di Toscana” ossia signore di tutta l’ Italia centro-occidentale e in posizione subordinata solo all’ imperatore.

I Bourbon del Monte Santa Maria in Valdarno

I possedimenti dei Bourbon del Monte, famiglia di origini e di legge franca, si estendevano tra le attuali regioni della Toscana e dell’ Umbria e avevano le loro roccaforti principali nei castelli di Monte Santa Maria, oggi comune di Monte Santa Maria Tiberina, di Cà del Colle oggi in Sansepolcro, di Pierle, Sorbello e Petrella tutti e tre nei pressi di Cortona, di Petriolo nel territorio di Città di Castello. Ma tra i castelli per così dire secondari i Bourbon possedevano anche quelli di Leona nell’ odierna Levane, Moncione e Tasso che gli permettevano di poter tenere sotto controllo l’ intera vallata del Valdarno superiore tra Levane e Figline Valdarno.

Non che ci fosse poi molto da osservare. Tra la fine del X e l’ inizio dell’ XI secolo tutte le strade che toccavano la zona, come la Cassia antica o Cassia Vetus e alcune varianti della Via Francigena, passavano per le colline, tipo da Gropina, se non addirittura per le montagne, come da Lanciolina, ma non certo per il fondovalle perché la conca valdarnese, come del resto molte altre valli in tutta Europa, era sostanzialmente impraticabile. Non perché fosse piena di ladri e banditi come propagandato per secoli da una certa letteratura pseudo-storiografica ma perché era letteralmente disabitata e soprattutto perché, non passandoci nessuno né esistendo alcuna strada, non c’ era niente da rubare.

Tutta l’ area dove sorge l’ attuale Montevarchi, come anche suggerisce il toponimo longobardo di Levane e di Levanella, era infatti coperta da una fitta foresta che, nelle radure e negli spazi aperti, si mescolava alla macchia ancora oggi tipica della zona. A questo ci si aggiungeva l’ Arno che, prima della sua ricanalizzazione cominciata con Cosimo I e terminata in periodo lorenese, scorreva tortuoso nella vallata e, con i suoi affluenti, straripava spesso nei periodi di piena fertilizzando sì i terreni ma anche lasciandosi dietro paludi, pantani ed acquitrini. Oggi questo tipo di habitat, per le successive bonifiche sia agricole che forestali, rimane relegato ai crinali dell’ impianto collinare circostante ed è addirittura oggetto di salvaguardia ambientale come nel caso dell’ Oasi di Bandella a Levane. All’ epoca però era una vera maledizione.

L’ eredità di Berulfo

Anello con sigillo longobardo: Berulfo doveva averne uno simile

La torre longobarda del Guardingo sulle colline sopra l’Ornaccio. Da lassù gli armigeri potevano controllare con un solo colpo d’ occhio La Ginestra e quegli insediamenti che poi divennero San Leonardo e Santa Croce a Pietraversa

Il Guardingo: dettaglio

L’ imperatore Carlo il Calvo

Per capire a pieno le ragioni e la portata del progetto di Elemperto è necessario però fare un passo indietro. Anzi più di uno.

Impossibile stabilire con certezza chi e come avesse popolato l’ area di Montevarchi in periodo etrusco e romano e se per il fondovalle del Valdarno passassero allora strade o comunque arterie secondarie di traffico. Né è possibile stabilire se in epoca soprattutto romana l’ area fosse stata bonificata in tutto o in parte e quindi abitata e trafficata. Nel corso dei secoli sono state rinvenute nelle vicinanze di Montevarchi alcune urne cinerarie romane e vari frammenti di terracotta del periodo etrusco e romano ma niente di veramente consistente. Anche perché non lo si è mai veramente cercato.

E’ certo però che a Levane già in periodo etrusco esistesse un insediamento chiamato “Leunal” che poi dette il nome di “Leona” al castello medievale che venne eretto sopra o nelle vicinanze delle sue rovine. Interessanti anche i toponimi Pietra Versa che richiama l’etrusco “velsa – velza” che si rifà alla città etrusca di Volsinii (velzna); Loccano dal substrato tirrenico laucanu con importante base etrusca lauc; Ucerano dall’etrusco ucirauciranei; Ventena dal tipico suffisso etruscheggiante “-ena“. E poi Campo Lucci, Monte a Lucci, Poggio a Luco, Rio di Luco dal latino “lucus” (bosco sacro); Moncioni che ricorda “Mons Junius” cioè un monte sacro dedicato a Giunone “Junia”; Caspri genitivo di appartenenza di “Casperius”; Pucciano o Pulciano da “Fundus Pancianus” o “Publicianus”; Sinciano da “Fundus Sincianus” tipico dell’uso latino di dare ai poderi il nome gentilizio o personale del proprietario con l’aggiunta del suffisso “-ianus”; Tegliaia dal latino “Tegularia” o fornace per tegole; Villole dal latino “Villulae” diminuitivo di “Villae” ossia le fattorie romane in particolare del periodo imperiale tardo–antico; Ricasoli composto di “rio” e “casulae” diminuitivo di “casae” o “case rustiche”; Coccoioni genitivo di “Cucurio” ovvero “Cucurionis”; Bracciano da “Fundus Braccianus”. Ma soprattutto “Cennano” dalla base etrusca “kinni – kennu” per “montagna / piccolo monte” e “kinnienu – kennenu” per “piccolo monte su corso d’acqua”. Tra l’ altro sul Poggio di Cennano, poi dei Cappuccini, agli inizi degli anni ’50 durante i lavori di costruzione della nuova e attuale strada che porta sul colle dal quartiere del Pestello, vennero alla luce frammenti ceramici di epoca romana.

Ma se anche il Valdarno fosse stato abitato e colonizzato anche per intero, si svuotò gradualmente dopo il 476 quando a seguito della deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’ Occidente, l’ Italia venne invasa e saccheggiata a ondate successive da una serie di popoli e ulteriormente devastata dal tentativo bizantino di riprenderne il controllo. Con un simile vuoto di potere e le scorrerie di grandi eserciti o piccole bande sopravvissero solo quegli insediamenti collinari meglio riparati e fortificati mentre tutti quelli sul fondovalle, praticamente indifesi, vennero abbandonati o furono spazzati via dalle varie vicende belliche e dalla natura impetuosa della valle.

Questo stato di profonda inquietudine politica si protrasse per quasi un secolo fino a quando, nel 570, non arrivarono i Longobardi che distrussero seriamente sia Firenze che Fiesole per poi scendere verso Arezzo che venne invece scelta come sede amministrativa periferica del Ducato di Tuscia con capitale Lucca. Da un punto di vista più propriamente religioso mentre i Longobardi non ebbero pietà di Fiesole e della sua diocesi, che rimasero semi-distrutte e abbandonate a se stesse fino al 599, mostrarono invece particolari riguardi verso la diocesi di Arezzo che aumentò notevolmente di dimensioni fino a divenire la più grossa della Toscana. Già da allora, pare, che il suo confine nord-occidentale passasse per il torrente Dogana[1].

Agli inizi del VII secolo, in un periodo che ipoteticamente si potrebbe indicare intorno al 615-620, perlomeno la parte aretina dell’ attuale territorio di Montevarchi venne concessa in feudo a un certo Berulfo che volle venisse edificato, nella zona de La Ginestra, una chiesa e un monastero benedettino oppure, secondo altre interpretazioni, una chiesa c’ era già e Berulfo la fece ingrandire e la dotò di una congrega di monaci. La scelta dei benedettini, un ordine tutto sommato giovane per i tempi, non era totalmente casuale anzi stava ad indicare che il monastero sarebbe sorto in un’ area non troppo isolata dalle principali rotte di traffico ma abbastanza selvaggia da necessitare l’ intervento dei monaci, e tutto l’ indotto di un monastero, per poter essere più propriamente antropizzata. Difficile dire se Berulfo avesse anche costruito o rinforzato il castello di Leona per tenerlo a protezione del monastero ma sicuramente, in virtù dei loro toponimi, l’ area di Levane e di Levanella erano da lui o dai suoi predecessori utilizzate come riserve di caccia. Senza contare che nei pressi di Levanella, la località “il Guardingo” richiama direttamente il termine utilizzato dai Longobardi per contraddistinguere le loro torri di vedetta o di avvistamento.

Non bisogna comunque dimenticare che, come sottolinea anche Elisabetta Fazzini:

« l’ ausilio delle fonti toponomastiche per far luce sull’ occupazione longobarda va utilizzato con grande prudenza, come è stato più volte sottolineato, anche perché i toponimi stessi sono di difficile datazione e in qualche caso, se da un lato possono essere considerati sicuramente germanici, dal’ altro, data l’ affinità linguisitca e culturale che lega i Longobardi ai Goti e ai Franchi, occupanti anch’ essi degli stessi territori rispettivamente nel V e nell’ VIII secolo, è spesso difficile stabilire a quale di queste stirpi i nomi possono essere rimandati con esattezza. Inoltre va considerato che in particolare l’ attribuzione degli antroponimi si ripete per consuetudine nel tempo, anche indipendentemente dalla cultura che li esprime]»

Tuttavia è certo che alla morte di Berulfo il suo feudo non venne riassegnato a nessuno anche perché il regno longobardo, a cavallo tra il VII e l’ VIII secolo, visse una serie di crisi di potere che evidentemente non permisero un’ altra investitura. E il monastero della Ginestra e tutte le sue pertinenze, pur rimanendo sotto il controllo ecclesiastico del vescovo di Arezzo, rimasero senza un signore fino alla fine dell’ era longobarda per poi, con l’ arrivo dei Franchi e l’ integrazione della penisola nel Sacro Romano Impero, andare a far parte dei beni della Corona D’ Italia. In tempo di pace il monastero se la cavò benissimo da solo ma quando nell’ 849 sciamarono per la Toscana i Saraceni, La Ginestra, trovandosi in una posizione piuttosto vulnerabile, venne completamente distrutta. Proprio per le complicazioni di natura feudale legate all’ “eredità” di Berulfo i vescovi di Arezzo non poterono riedificarlo da subito e passorono quasi trent’ anni prima che il vescovo Giovanni, nell’ 876, ottenesse da Carlo il Calvo un diploma che assegnava alla Cattedrale di San Donato la proprietà del monastero. Da una bolla di papa Giovanni VIII, che confermava le decisioni imperiali, sappiamo che il monastero della Ginestra tornò ad ospitare i monaci nella seconda metà dell’ anno 877. Se il vescovo Giovanni spese così tante energie per far ripartire il monastero è chiaro che La Ginestra era tutt’ altro che un avamposto di confine nella “jungla“.

CITTA’ MONTEVARCHIultima modifica: 2009-01-26T14:57:38+01:00da lucchese1905
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